Tempo fa mi sono imbattuta nella serie HBO Olive Kitteridge, letteralmente rapita dalla verità spietata di questa personaggia, la scopro pian piano attraverso la sua creatrice, penna sottile e bizzarra. Eliszabeth Strout è una scrittrice brillante, di lei non so molto, e allora come sempre entro nel tunnel. Inizio con Amy e Isabelle, non proprio un romanzo direi. Un saggio, forse. Esposte, sezionate, raccontate, scoperte sono le relazioni tra donne, protagoniste più che le vere personagge. La relazione madre/figlia tesse il racconto e filtra e affianca le altre. C’è l’amicizia adolescenziale, e quella tra donne mature, ci sono le colleghe, le vicine, le pettegole, le nemiche. E ci sono tutti i sentimenti, le ricchezze, i doni che queste relazioni portano, primo tra tutti la cura. Quell’invisibile lavorio quotidiano che le relazioni portano con sé.

E c’è una bella scena di pianti, di rivelazioni, di vera comprensione. È il racconto di una notte di autocoscienza, in cui si Isabelle, madre single, donna sola, apparentemente fredda e distaccata da tutto ciò che lascia tracce sul cuore, si confida con le ‘nuove amiche’. Liberata dal silenzio del passato, che esplode nel salotto di casa sua, fino ad ora ordinato e asettico come una sala operatoria, nel chiassoso disordine di un set da pigiama party.

È così, che mi riconosco in alcuni tratti della relazione tra Amy, figlia adolescente acerba e matura allo stesso tempo (come tutte le ragazze della sua età), e Isabelle, madre severa, silenziosa, piena di risentimento (che un po’ preannuncia la figura di Olive Kitteridge). Ma al di là di questo – facile – rispecchiamento quello che invece colpisce è che in tutte le altre relazioni e personagge si ritrova un frammento di noi stesse, tra i gesti, le parole, un tratto, un accenno. Al di là della storia, il libro sembri più un racconto corale, un diario di un gruppo di autocoscienza. Ed è così che mi immagino sia stato scritto, tutte le personagge che lo abitano, hanno scritto di loro e hanno composto una sinfonia dei sentimenti per tutte noi.

Di Elizabeth Strout è appena uscito in Italia l’ultimo romanzo (solo cartaceo) per Einaudi, un altro piccolo capolavoro. Mi chiamo Lucy Barton vola veloce, troppo veloce che si legge in una sera. E qui di nuovo al centro la relazione madre figlia, come se le stesse Amy e Isabelle fossere cresciute e si ritrovassero dopo anni a raccontarsi.

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