Mele, Genova. 20 giorni di quarantena, la realtà dovrebbe vederne 40, altrimenti chiamatela ventina, no? siamo a metà, al giro di boa. 40 giorni di segregazione, molto probabili. Se lo avessero detto prima non ci avrei mai creduto, chi mai lo avrebbe fatto? Andrebbe tutto bene, fossi magra, fossi figa, fossi ricca. Abito da sola, in un palazzo di 5 piani, con dieci famiglie e siamo in tre ad avere la media dei 40, gli altri hanno la media degli 80, di anni. Abito da sola in un appartamento di 120 metri quadri, metro + metro meno. Il mio fidanzato abita in un altro comune, dista da me 30 km, con il decreto non lo vedo in carne ed ossa da 22 giorni. Chiedi di scrivere della mia quarantena, chiedi come sto, chiedi qualcosa su cui forse devo riflettere qualche istante prima di iniziare a scriverti, ma poi perchè devo riflettere sulla mia realtà? Per filtrarla meglio che posso, perchè non è evidente cercare di trasmettere le proprie – chiamiamole se vuoi – emozioni, perchè forse non ho emozioni da trasmettere. 


L’unica volta che sono uscita in questi 20 giorni è stato per andare a comprare le sigarette.ho impiegato solo 15 minuti andata e ritorno, il potere assoluto del tabagismo lo chiamo, manco fossi un ninja.Ho speso 100 euro per due stecche di sigarette. Non faccio la spesa da 3 settimane oggi, sono orgogliosa del fatto che ho utilizzato tutto quello che potevo per sfamarmi, senza diventare scema, almeno piu’ scema di quello che già sono, e teoricamente potrei sopravvivere un’altra settimana quasi utilizzando ciò che è presente nel freezer. 


Per sopravvivere bado ad una vecchietta di 89 anni che è in depressione da circa 35 anni.Faccio parte di quella categoria di lavoro che, nonostante la situazione attuale, si può continuare a svolgere. Tuttavia il mio titolare, che è a casa in cassa integrazione, ha scelto di non farmi andare a lavoro, dunque sono a casa. 
Devo ammettere che una pausa mi serviva, quindi cade a fagiuolo; negli ultimi tempi iniziavo ad essere insofferente.Ahimè il retro della medaglia fa si che non andando a lavoro non percepisco stipendio, perchè è un accordo tra le parti, non tutelato da nessuna categoria del caso, dal governo, chiamiamola aspettativa non retribuita, che va bene se non dura in eterno, che va bene perchè se stai a casa non spendi, che va bene se fai una spesa per una sola persona e non fai niente altro, se non fumare. 

I primi giorni li ho dedicati a buttare tutto quello che potevo buttare.Ho aperto armadi che dovevo aprire, lasciati così da anni, in attesa dell’ ispirazione ma soprattutto della forza di liberarsi dei ricordi. 
Ho impiegato sei giorni a compiere questo lavoro immane, che detto così sembra una cazzata, ma che in realtà nasconde una dose di malinconia che poi di prende le caviglie un giorno, mentre sei seduta sul divano a fumarti una sigaretta in santa pace e non ti molla più per altri sei giorni. 
In breve: hai a che fare con il passato e per ogni giorno in cui ti sei mossa a disfartene, ne passi un altro a guardare il soffitto.
Sono stata veramente contenta di avere messo da parte ben sei sacchi di cose di cui posso perfettamente fare a meno, cose che invecchiavano senza un senso, nascoste alla vista, senza l’essere consumate, usate, come converrebbe agli oggetti, che siano cose o vestiti, lasciati li, a marcire, a perenne ricordo di qualcosa o qualcuno che non c’è piu’. 
Meno contenta di averli tra i piedi, quei sei sacchi, ma non posso pretendere di farli sparire, mi manca la bacchetta magica.Ma questa attività nasconde altro . 


Due settimane prima della quarantena, la sottoscritta andava a fare un controllo ginecologico, di routine. 
Mentre ero li, sdraiata sul lettino e la dottoressa stava svolgendo il suo lavoro, compiendo una ecografia intravaginale, mi veniva segnalata la presenza di un “qualcosa” e che dunque dovevo fare i marker. 
“I marker”, detto con una voce fantozziana di prima categoria. 
Così, sei sdraiata sul lettino, con un tubo ficcato nella tua vagina, mentre cerchi di capire come si decodifichi l’immagine nello schermo, perchè non ci capisci mai un cazzo, mentre pensi che vorresti mangiare della panna, di quella gelateria che, guarda caso, si trova poco distante dallo studio e ti viene detto che che devi fare i marker. 


Ora, forse non tutti sanno che per marker si intende degli esami del sangue specifici e che il nome per intero sarebbe marker tumorali. 
Sappiamo che il termine tumorale non è di utilizzo quotidiano, come la parola pane, ad esempio, che il termine tumorale a molti potrebbe destare qualche perplessità, qualche dubbio, quindi è buona norma tra i dottori ometterlo, così per non aumentare i livelli di ansia nel paziente che non ha capito una beata mazza di quello che sta succedendo, ma io non faccio parte di quella categoria di persone, so cosa sono i marker, però quando mi è stato detto “devi fare i marker” ho detto a me stessa “ok, però prima compro la panna”. Infatti uscita dallo studio ho comprato la panna ed il gelato, alla faccia della dieta, dei buoni propositi, del vaffanculo che ti sale quando non tutto va come vorresti. 


La settimana successiva son andata dal medico a farmeli prescrivere e – per somma gioia – mi viene detto che uno di essi lo fanno solo in due ospedali di Genova, e – proprio perchè il concetto di “mai una gioia” non può venire meno – che queste tipologie di esami non sono attendibili di fase di prevenzione ma lo sono in fase di cura. Dovrei rallegrarmene? 
Riesco a organizzarmi, spendere ben 150 euro e farmi togliere tutte le provette del caso del mio prezioso liquido rosso rubino. 
Non ho vissuto i giorni in attesa dei risultati con ansia e paura, fino a che non hai una diagnosi precisa è completamente inutile sperperare il tempo in questo modo. Sarebbe come aver paura che ti cada un meteorite sulla testa, possibilità remota ma sempre una possibilità, dunque perchè non uscire con il casco da cantiere edile? 
Se decidi di lasciarti prendere dall’ansia e dalla pausa perchè esci di casa? perchè cucini? perchè mangi? perché non ti lasci morire di apatia e la smetti di rubare ossigeno? 
io e l’ansia non andiamo proprio d’accordo. 
Ho ritirato gli esami in questione e sono risultati negativi. 


Ottimo no? Certo, ma la prima cosa a cui pensi, inequivocabilmente, è quella frase ” non sono attendibili”. Cosa li ho fatti a fare? Quindi cosa cambia? Niente. Torni dalla ginecologa, a sto giro con la mascherina da quarantena, che ti dice: ah bene, facciamo ulteriori accertamenti a giugno, considerata la situazione attuale, poi la “cosa” non è cosi grossa, ne ho viste di peggio. 
Fantastico.Tu sei consapevole di avere una “cosa” in un ovaio, che non sai cosa sia e devi aspettare giugno per : 
fare una tac o una risonanza, fare altri esami del sangue, verificare se è diventata piu’ grande o piu’ piccola, se ha modificato la sua natura, se si è “moltiplicata” come i pani ed i pesci, e nel frattempo inizia la quarantena il giorno del tuo 44 esimo compleanno. 


Cosa vuoi di più dalla vita? una cassa di prosecco, grazie, meglio due forse.
Quindi le mie vacanze forzate sono iniziate con questa serie di pensieri: 
” Se sono malata, dovrò affrontare un periodo di cure belle intense, che non mi permetteranno di fare molte cose, vogliamo continuare a vivere in sto casino? non credo proprio”” Se non son malata, dovrò comunque affrontare un piccolo intervento, vogliamo continuare a vivere in questo casino? non credo priorio”” Se sono malata, ma non malata in maniera brutta, dovrò affrontare un piccolo intervento, chissà quali cure dovrò fare, vogliamo continuare a vivere in sto casino? non credo prioprio”.” comunque vada, vuoi continuare a vivere in sto casino? NON CREDO PROPRIO”.


Poi – per caso – leggi pure l’articolo di come gli svedesi di organizzano per svuotare la propria casa prima di morire, per non lasciare quest’onere ai figli, che nel mio caso ho protratto per ben 5 anni. 
Ti ricordi anche della tua breve vacanza a Napoli, che per fortuna sei riuscita a fare mentre a Codogno si sviluppava il virus. Ti ricordi che “vidi u mare quanto è bello, spira tanto sentimento” e che “vedi Napoli e poi muori” 
ecco, no, questo proprio non adesso. Ma che  “tu qui non ci vuoi morire” e per qui intendi questo paesino del cazzo dove risiedi, composto prevalentemente da salite, con degli abitanti che ti fanno orrore, nei modi, nei pensieri, nella vita consumata a guardare il prossimo con invidia e tedio.

Che eri riuscita ad andare via da qui ma – forse – per le troppe cose in sospeso, sei dovuta tornare a sistemarle, che il tuo esilio “qui” può anche essere altrove, mica te lo ha prescritto il dottore,  che il tuo karma dovrebbe aver già pagato gli errori commessi – che se non sei stato un dittatore nella tua vita precedente, che ha compiuto oscenità ed orrori – forse puoi pure andartene da “qui“, chissà dove… ma un dove che è meglio di questo qui. Dove aprire la finestra e sorridere, non per ricordarti il passato, ma per proiettarti nel futuro. 
Che forse, visto che c’è più tempo che vita, è il caso che ti muova perchè di tempo ne hai già buttato abbastanza, non vorrai mica che la tua collezione di cd vada buttata via se per caso tu dovessi improvvisamente morire? no, devi organizzarti al meglio.Così inizi ad affrontare la “quarantena” mettendo via tutte le cose che hai tenuto ma che in realtà non servono, analizzando cosa devi fare quando sarà finita la segregazione, per svuotare definitivamente questo spazio che è in stallo da anni, che non ti appartiene per “intero”. 

Però, poichè si ha a che fare con i ricordi, passi anche dei giorni a leggere fumetti, prevalentemente orientali, manga, manhua, manhwa. Su tutte le piattaforme possibili, traducendo dal cinese, dall’indonesiano, dal giapponese e affamata di sapere come proseguiranno le storie fai le capriole con improbabili colpi di “culo” per ottenere l’agoniato capitolo successivo.

Passi i giorni facendo come  Hugh Grant nel film “About a boy” o meglio come il Will Freeman personaggio principale del libro omonimo di Nick Hornby. 
Cioè sviluppi il concetto del tempo a moduli. Ti svegli presto la mattina, non proprio per volontà, e sai che dovrai compiere determinati lavori per occupare un certo quantitavito di tempo, un modulo, che avrai due ore per mangiare, un altro modulo, che dovrai camminare sul tapis roulante per circa un’ora. Alle 17:30 aperitivo via videochiamata con fidanzato, poi cena e poi lettura dei fumetti, oppure film, se la televisione passa qualcosa di decente, poi nanna. Fine dei moduli del giorno. Questo modus operandi è da ripetere fino alla fine della quarantena. Lasciando perdere Netflix, Disney+, Amazon Prime, perchè – sempre per il concetto di “mai una gioia” – la tua connessione fa schifo. 

Ogni tanto fai i videoaperitivi con i compagni del corso che stavi frequentando, di massaggio tradizionale. 
Tanto per trovare soluzioni alternative al tuo attuale lavoro. Alternativa che, con il virus, sarà da rimettere in discussione, ma che offre però qualcosa di pratico sul serio, se fossimo in due in casa.potrei sempre mettermi a massaggiare il mio squaletto dell’Ikea, sai che grandorsale ha? Poi c’è il modulo del ballo, che viene sostenuto solo da musica house anni 2000 il sabato mattina. Ci sono i moduli random: c’è il documentario inglese sui viaggi in treno ( magnifico) che può intrattenerti cosi come i concerti di musica classica su Rai5. C’è la chiamata inaspettata di qualche amica che perdi perchè non hai mai la suoneria del telefono accesa, che poi vuoi riuscire a sentire ed allora ti organizzi con orari per non essere “la telefonata del momento sbagliato”.

 
C’è la routine dei pagamenti da tenere sotto controllo, c’è l’assicurazione da pagare, il videocorso che avevi preso su groupon e che non hai più seguito ( sempre per la connessione lentissima)…Di cose da fare ne ho una infinità. Di moduli da riempire idem. Di cose da raccontare un po’ meno.Resto stupita di come certe amiche, attraverso i messaggi di whatsapp, mi dicano che si mettono a piangere, magari di nascosto dai figli o dai mariti. 
Mi chiedo per quale ragione debbano piangere. Perchè non riescano a stare a casa, magari a  fare niente, oppure sclerare per i compiti della scuola per i propri figli. Non capisco  come non si possa  usufruire del tempo, che oggi è un bene preziosissimo. Empatizzo con i vecchietti solitari in ospedale che stanno per morire, ma non me ne cruccio piu’ del necessario, è un ciclo biologico.

Certo non me ne frego, stiamo vivendo una situazione surreale, assurda, incredibile. Ma perchè disperarsi? io questo non lo capisco. 
Perchè non ascoltare musica, fare quello che si procrastina continuamente? perchè restare inebetiti in una perenne attesa? Cavoli, mi viene proprio difficile disperarmi in una situazione del genere. Non ci riesco, mi dovrebbe dispiacere ma non mi viene nemmeno naturale. 
Vorrei terminare questa lungo racconto con qualcosa di allegro, quindi ti metto il link per la canzone di Florence and the machine che credo sia una canzone meravigliosa.


Ovviamente ho raccontato quello che sto vivendo in questo periodo, non potendo muovermi resto nel mio limbo che è mio e di nessun altro.Faccio dei mie moduli ciò che voglio, li plasmo a seconda di come mi sento, non ho nessun obbligo se non verso me stessa, magari rimandando a domani una cosa e facendone un’altra oggi. 

Ascolto anche questa canzone che mi mette di buon umore: 

che forse è piu’ adeguata alla condivisione con le altre donne “in movimento”, che alla fine parla dell’amor proprio, che “se lui non ti ama, tu devi fare qualcosa per te” che è “good as hell”, sto periodo. Se ti vuoi bene perchè non sistemi i capelli? perchè non ti fai la ceretta? perchè non ti metti lo smalto, perchè non insegni a tuo marito a pulire il cesso così come lo pulisci tu? bella domanda.Trovo che le donne in generale siano così piene di cose da fare che resto allibita a vedere come alcune di esse siano un completo fallimento, anche generazionale. 

Avete mai letto le “pancine” del Signor Distruggere? ecco, ci sono anche loro al mondo. Probabilmente ne hanno pure diritto – di stare al mondo -. 
Non bisogna mai paragonarsi agli altri, ma proprio non me ne faccio una ragione. Il mondo è anche stare a casa. Se bisogna starci per forza perchè non tramutare quello spazio chiuso in uno spazio aperto? perchè non costruire la nave dei pirati e mentre si va all’arrembaggio del divano riderci sopra? perchè non fare il thè con tutti i propri peluche? perchè non sfruttare quello che si ha invece di agoniare ciò che non si può avere – per un determinato periodo – ? Focalizzare le proprie energie in qualcosa che non si può avere in questo momento lo trovo uno spreco.

Forse ho un cancro, forse non lo ho, forse sono bionda, forse starei bene anche nera, magari dimagrissi sarebbe meglio. Non ricevo così tante telefonate, magari messaggi ma non telefonate, riesco a gestire la mia solitudine in maniera coerente e costruttiva, senza piangermi addosso, non sono una eroina, sono solo una persona normale. Sicuramente ho piu’ coraggio ora di dare dei tagli ai così detti rami secchi di quanto ne avevo prima. Perchè a furia di camminare con dei pesi ti viene la gobba, meglio respirare a pieni polmoni, tirando indietro le spalle e buttare la zavorra. Perchè hai sempre trovato ottime giustificazioni per il prossimo, ma forse è ora di finirla a giustificare comportamenti discutibili.

Pensa che mondo migliore potrebbe essere cercando la leggerezza, ricordarsi della bellezza in ogni piccola cosa, focalizzare le proprie energie verso pensieri e azioni, perchè come mi ha detto una mia amica che l’ha letta in un libro di uno psicologo “la felicità è esattamente lo spazio tra il pensiero e l’azione”.  
Scriverti  è un modulo inaspettato oggi. 
Me ne rallegro molto.