Marzo 2014. Incontro Gabriella Rosaleva per la seconda volta, salgo a casa sua, devo intervistarla per la mia tesi di laurea magistrale. Mentre si racconta, confessa di avere ancora un forte desiderio di fare cinema. Mi accenna a Grazia Deledda e al viaggio che la scrittrice sarda ha dovuto affrontare per ritirare il premio Nobel.

Da quel giorno abbiamo continuato a vederci, a scambiarci opinioni, a immaginare tutte le soluzioni possibili per dare luce a questo progetto.
Gabriella, dopo i nostri incontri, che in qualche modo le hanno restituito un nuovo interesse per il cinema, ha lavorato al soggetto. Con pazienza e dedizione, il soggetto è diventato una sceneggiatura.

Tre anni fa suonava come un progetto lontano e impossibile. Oggi la sceneggiatura è diventata un cortometraggio.

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Maddalena Recino e Gabriella Rosaleva che discutono sul set

Rosaleva è un’autrice misconosciuta del panorama cinematografico e televisivo italiano. Perlopiù attiva tra gli anni Ottanta e Novanta, ha saputo spaziare tra i generi e tra i media senza mai venir meno al suo sguardo e al suo sentire. Dai lungometraggi Processo a Caterina Ross Sonata a Kreutzer, passando per i documentari per la televisione La vocazioneEgizi – Uomini del passato futuro, fino ad arrivare alle serie televisive (Licia dolce Licia), al teatro (Mine-haha) e agli sceneggiati per la radio (Il nome della rosa), Rosaleva ha spaziato e sperimentato senza porsi limiti. La sua sperimentazione passa attraverso la costruzione dell’immagine, la scelta delle musiche, il montaggio ardito, ma anche e soprattutto nella scelta delle storie e dei personaggi che mette in scena.

Lavorare con lei su un set è stata un’esperienza unica. Gabriella ha avuto la grande capacità di calarsi perfettamente in una situazione anomala rispetto al suo solito modo di lavorare: niente più pellicola, ma macchina digitale; niente troupe esperta, ma un gruppo di studenti alla prima esperienza; niente casa di produzione alle spalle, ma un’università. Tutte e tutti, però, hanno creduto nel suo progetto e, comprendendo la grandezza dell’autrice, hanno collaborato per il raggiungimento di un fine comune. La sua autorevolezza, e la sua determinazione ha coinvolto tutte da subito; sin da prima delle riprese chi ha scelto di lavorare al progetto lo ha fatto con serietà e dedizione.

Io ho lavorato come operatrice di camera, a guidarmi c’erano Gabriella Rosaleva e Giusy Calia, la direttrice della fotografia. Il loro occhio attento e la loro sensibilità artistica hanno definito con cura e attenzione ogni inquadratura. Ad accompagnarci in questo percorso tanto tortuoso quanto affascinante, ci sono altre donne che hanno costituito una rete solida e che hanno garantito un lavoro impeccabile: Lucia Cardone ha dato anima e corpo al reparto produttivo, con la collaborazione di Giovanna Maina e Francesca Vargiu; infine Alessandra Pigliaru ha collaborato con Rosaleva alla stesura della sceneggiatura.

In una settimana di lavoro ho imparato ad apprezzare la lentezza, ho rivalutato i tempi che un buon lavoro richiede per divenire tale. Non ci sono orari o scadenze che tengano davanti a un processo artistico. Realizzare la giusta inquadratura non ha nulla di casuale, è il risultato di un osservare attento sommato all’accurata lettura di ogni dettaglio presente sulla scena. Il cinema non è solo necessità di avere un’immagine alla qualità più alta possibile o il desiderio di poter usufruire della tecnologia più avanzata: con Gabriella ho imparato che per fare un buon cinema è necessario spogliarsi di queste sovrastrutture imposte dal tempo in cui ci troviamo e affidarsi al proprio sguardo più profondo.

“Al cinema ci vuole pazienza e una buona dose di fede”: queste le parole che Rosaleva ha pronunciato sul set poco prima di battere il ciak dell’ultima scena. Viaggio a Stoccolma è ora in fase di montaggio.

Con fede e pazienza, il progetto di Gabriella vedrà finalmente la luce.

Luisa Cutzu

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