Comincio col dire che vivo questa quarantena in modo un po’ anticonformista.

In realtà, non è la prima volta che sono soggetta a un periodo più o meno lungo di reclusione forzata. Sei anni fa, infatti, fui ricoverata per una polmonite batterica a cui seguì una riabilitazione piuttosto lunga.

So bene cosa vuol dire essere investiti, all’improvviso, da qualcosa più grande di te che scombina tutti i piani di vita che avevi fatto. So bene cosa vuol dire essere su un letto di ospedale in terapia intensiva. Ma, più in generale, so cosa vuol dire essere in solitudine e privata dell’incontro con amici e parenti se non in modalità più brevi e diverse da quelle solite.

Esistono molti comportamenti con cui affrontare la paura dell’ignoto e la paura della fragilità che, in fondo, scopriamo essere qualcosa di ancestralmente radicato negli anfratti della nostra stessa esistenza.

Per indole, ho una forte tendenza ad impiegare ogni istante del mio tempo in qualcosa di produttivo ed utile, per me ma soprattutto per gli altri. Cerco di combattere la prospettiva dell’horror vacui vedendo quegli spazi bianchi come fonte di luce nuova, tramutando l’idea di fragilità in forza – ovviamente con i dovuti meriti alla tecnica giapponese del kintsugi, che mi ispirò sei anni fa e mi ispira ancora adesso.

Quando è scoppiata la pandemia, io ero ancora supplente in una scuola media e mi sono cimentata così con la fatidica DaD, ossia la didattica a distanza. Tralasciando il fatto che, in un primo momento, ha fatto sembrare me, 27enne avvezza al mondo digitale e social, una persona assolutamente inesperta a livello tecnologico, devo ammettere che la DaD ha avuto un riscontro positivo nella mia esperienza: è stata capace, infatti, di instaurare una dinamica situazionale in cui tutti noi, alunni e insegnanti, eravamo sullo stesso piano e quindi inevitabilmente veniva meno la classica differenza di ruolo così preponderante nella didattica a presenza. Le lezioni erano anche un modo per tenerci compagnia e si avvertiva, anche se in maniera non esplicita, il bisogno di annullare in qualche modo le distanze.

Dall’inizio di questo mese sto collaborando con il gruppo di partecipazione solidale AiutArci a Milano in veste di centralinista: da casa, tramite un’apposita applicazione, gestisco le chiamate in entrata e in uscita delle persone che necessitano di fare principalmente la spesa alimentare ma che non possono lasciare la propria abitazione. Attraverso questa esperienza, sto penetrando nelle singole vite della gente che sta vivendo un momento di difficoltà e che risiede soltanto a pochi isolati da me: è una sinergia per cui noi diventiamo voce e braccia, ma al contempo loro diventano ciò che contribuisce a dare un senso a questa quarantena.

Mantengo stabile anche la mia attività all’interno del Gruppo Donne UILDM, ossia un gruppo che si occupa di divulgazione in materia di donne con disabilità, declinata in temi diversi volti alla promozione dei rispettivi diritti. Siamo una sorta di attiviste, insomma. Ed io in particolare mi interesso al fenomeno della violenza sulle donne con disabilità: un argomento, ahimè, ancora troppo poco discusso ma sul quale grazie ad articoli e ad interviste sto pian piano cercando di sensibilizzare.

Parlando di scrittura, ogni tanto partecipo a degli eventi virtuali promossi dal Festival Internazionale della Poesia di Milano attraverso l’invio di qualche mio componimento testuale anche aderente alla situazione presente. Oltre a ciò, sto partecipando alla composizione del libretto inerente il ciclo di incontri di Storytelling creativo che ho tenuto l’anno scorso nell’ambito di un Alzheimer Cafè in provincia di Milano. E sono solo due dei tanti progetti che la freneticità della vita quotidiana passato relegava spesso in secondo piano a causa di impegni prioritari, ma che adesso trovano terreno fertile su cui germogliare.I social e le app di comunicazione mobile, ovviamente, ricoprono un ruolo fondamentale per tutti nei giorni attuali: le videochiamate sono il barlume che riporta un abbozzo di normalità nelle nostre vite. Non solo quelle classiche tra amici, ma nascono anche i gruppi disomogenei di persone che magari prima si parlavano distrattamente senza mai trovare il tempo o il modo per conoscersi di più. Nuovi incontri per cui il ringraziamento si manifesta non a parole bensì dagli occhi, dalle risate o dai sorrisi.