Mi chiamo Chiara, ho 25 anni e mi accingo a superare psico-fisicamente indenne la fase 1 di quarantena con la mia famiglia. A casa mia, padre, madre e fratello lavorano tutti da remoto, sparsi per le varie stanze. Io ho provato l’ebbrezza del cosiddetto smart working per una settimana, prima di perdere il lavoro.  Così l’unico spazio rimasto a mia disposizione è la cucina. Dopo i primi giorni in cui ho dato fondo alle scorte ipercaloriche al sicuro dal resto del mondo, ho deciso di dedicarmi ad attività che non mi avrebbero portato a maledire la bilancia: avrei fatto di necessità virtù, trovando il senso delle mie giornate nelle cose quotidiane, piccole ma indispensabili. 

Superate le iniziali insicurezze, con il passare dei giorni sono diventata la MacGyver delle casalinghe, nonché fan accanita di Benedetta Rossi e adepta delle pagine di Fai-da-te su tutti i social: ho imparato sgrassare le superfici più disparate con le riserve della dispensa e spazzolini usati, a dare nuova vita alle federe dei cuscini cucendo a mano mascherine piene di brio e ad affinare le tecniche di spinta della tazzina del caffè senza invadere lo spazio d’inquadratura delle webcam mentre i miei sono in call. Ma soprattutto, sto insegnando a mia madre un uso consapevole del pc, a partire dal vocabolario (“si chiama link, e non: quella-cosa-che-comincia-con-https”), abbattendo l’idolo di Whatsapp come unico e solo mezzo di comunicazione per gli over 50, e ricambiando con lo stesso militaresco rigore con cui mi ha seguito nei compiti alle elementari.

Insomma, ho sempre pensato che per essere una donna indipendente avrei dovuto collezionare esperienze nuove e rincorrere occasioni di crescita in capo al mondo, ma in fondo non è stato necessario lasciare casa per sentirmi autonoma quanto mai prima. Perché anche Hillary Clinton ha dovuto imparare a sbrinare il freezer col phon.