È il 31 di marzo, normalmente oggi avrei festeggiato il compleanno di un’amica, dopo una giornata stressante di lavoro, forse una cena a Chinatown e qualcosa con cui brindare. Invece mi serve la calcolatrice per constatare che sono in casa da 23 giorni, inframmezzati da un’unica uscita per una grande spesa.

Meglio così, ho abbandonato quasi subito la smania di uscire. Certo mi manca, vorrei essere ovunque, ma quando accendo la tv mi accorgo che ovunque è uguale a qui. Allora che fare? Mi sembra di essere tornata ragazzina, quando le estati a Milano erano lunghe e monotone, e quando mi capitava un buon libro tra le mani lo divoravo senza sosta tutto il giorno e tutta la notte. Ricordo il passare asfissiante delle ore e la mia testa che si nascondeva sempre più nelle pagine. Che fare, ora, 25 anni dopo? Invece di nascondermi con la faccia in un libro, mi fermo e mi guardo intorno: cosa voglio fare veramente? La mia risposta è migliorare. Ho cominciato a fare quello che sembra facciano tutti in questa situazione: pulire, cucinare, leggere, e così via. Solo mi sono data il compito di non farlo in maniera compulsiva, ma di godermi ognuno di questi momenti. Pulisco la casa quando c’è il sole, posso spalancare le finestre e respirare miasmi di detergenti e aria fresca. Cucino, ma credo che alla fine sarò l’unica che uscirà da questa quarantena più magra, perché finalmente posso mangiare cose che preparo io stessa e che mi fanno stare bene, lungi dall’essere salutista: dopo moltissimi anni ho riscoperto di saper fare le torte.A volte mi concedo anche qualche momento di sconforto, una lacrima versata pensando che la gente muore soffocata in ospedale, che alcuni dei miei amici hanno perso delle persone o non hanno potuto salutare il proprio padre morente, e a chi sta peggio in generale. In fondo mi è andata bene: la mia famiglia è al sicuro e posso leggere tutti i libri che voglio, guardare vecchi film e fare ginnastica in salotto senza che nessuno mi veda. 
Quando potrò uscire di nuovo sarà tutto diverso, ma non so come. Immagino che sarò stanchissima solo camminando fino al semaforo anche se sogno di camminare tantissimo, ricomincerò a preoccuparmi per cose improbabili e non avrò più tempo per me. Spero di poter tornare migliorata, più saggia, più calma, più tollerante e meno arrabbiata con il mondo. 
Ogni giorno guardo la primavera sbocciare sui rami degli alberi che sfiorano il mio balcone, e ogni giorno li fotografo, per non dimenticare quanto è lungo questo tempo e per sperare che alla fine anch’io fiorirò.