Pontedera, Toscana. Sono venuta ad abitare qui 9 anni fa, perché Milano mi stava troppo stretta, impossibile il contatto con Madre Natura, impossibile guardare il cielo tra i palazzi, impossibile respirare aria pulita.

Pontedera, quartiere stazione, 60 mq di appartamento, primo piano di un palazzo in una strada a senso unico, con un misero balconcino di un metro per due come sbocco verso l’esterno. Anche questo per ricordarmi che a volte, ma solo a volte, le mie audaci aspettative mi remano contro.

Quando l’emergenza è iniziata, ero reduce da una notte al pronto soccorso veterinario, con il gatto intontito dall’anestesia, io dal sonno. I primi tre giorni mi sono riposata. Tanto. Non avevo mai lavorato così tanto come i tre mesi precedenti, e il lockdown totale imposto dal governo ha bloccato la stakanovista che vive dentro di me, finalmente potevo riposarmi senza che mi sentissi in colpa.

Al quarto giorno sono stata colpita da un eccesso di entusiasmo, una sorta di Isteria Felice: ballavo in soggiorno, soddisfatta di tutto quello che stavo finalmente potevo fare in casa, pulizie estreme, allenarmi con improbabili istruttori su youtube, leggere, meditare, fare il cambio armadi (mai fatto in tre anni che vivo qui), cucinare. Per una settimana ho scandito i ritmi quotidiani con tutte queste attività, come se fino a questo momento fossi stata prigioniera della vita di prima, e dentro di me ci fosse una specie di ribelle che non aspettava altro che essere liberata, e sfogarsi.

Piano piano l’entusiasmo si è placato, ho iniziato a saltare qualche allenamento –in fondo bisogna lasciare un giorno di riposo, per far riprendere i muscoli dallo sforzo- il pavimento si può lavare anche un giorno si e uno no, ho finito il libro che avevo iniziato (“Non lasciarmi” di Kazuo Ishiguro) ed ero indecisa su quello da iniziare,  ho finito le idee in cucina. Tutto ha preso un ritmo diverso. Sono iniziati i malumori, piccoli momenti, o pomeriggi interi, di preoccupazione, ansia. Paure, le più svariate. Continuando a meditare (unica costante, mai stata così assidua nella pratica quotidiana), ascoltavo gli umori cambiare, in certi momenti improvvisamente. Su ogni cosa che faccio rifletto di più, ho il tempo di accorgermi che un messaggio mi ha disturbata, che una telefonata mi ha rallegrata; ho iniziato a ricordarmi i sogni che faccio. Su ognuno potrei scrivere un racconto. 

E l’apatia. L’apatia che arriva di punto in bianco, quella che ti tiene sul divano anche con la vescica che sta per scoppiare, perché “posso tenerla ancora un po’”. Non avevo mai fatto veramente molto caso all’apatia, non credevo di averne in fondo, ho sempre avuto qualcosa da fare, da progettare, o da pensare. Di quante cose ci si può accorgere all’improvviso.

Per esempio ti accorgi della fiatella che hai dopo colazione, quando ti metti la mascherina per andare a fare la spesa. E ti ricordi dell’importanza di lavarti i denti. Oppure ti accorgi che avere gli occhiali può essere un valido sostegno per reggere la mascherina, ma anche che per tutto il tempo che l’avrai indosso sarà impossibile non appannare le lenti. Ti accorgi che se la vicina di sotto ti sveglia alle due di notte non è necessariamente un male, perché puoi facilmente accedere al sito dell’Inps e senza fatica richiedere il bonus per i lavoratori autonomi.

L’Alacre Fidanzato invece continua il suo lavoro, in farmacia. Esce la mattina alle 8.15, cosa che mi impone la sveglia alle 7.10 perché abbiamo deciso che prima di colazione lo alleno. Sì, lo so, quel “abbiamo deciso” suona “io voglio che”. Torna a pranzo, trova tutto pronto, io mi sto scoprendo un po’ casalinga anni 50, mi piace che sia soddisfatto della cucina, della casa pulita, dei vestiti ordinati (non stirati. Per l’amor di Dio, nemmeno il Coronavirus mi obbligherà a tirar fuori il ferro da stiro). Di nuovo il pomeriggio al lavoro, e la sera arriva dopo le 20, sempre abbastanza stanco, e in certe occasioni anche stressato. Io che sto andando ad un ritmo inferiore, avrò messo la seconda, e lui in quinta. Il resto del mondo che si ferma, e lui corre. Tutti abbiamo più tempo da dedicare a noi stessi, e lui che si ingolfa anche con progetti in più, ovviamente non retribuiti. Ok, lo ammetto, per una buona parte di questa Quarantena ce l’ho avuta con lui, per tutte queste ragioni. Stavo disperatamente cercando tutti i lati positivi di quello che sta accadendo, come se dietro a tutta questa faccenda si celi un insegnamento maestro, una spiegazione che solo chi rimane all’erta può trarre e giovarne così per il resto dei propri giorni. Sì, ho meditato troppo forse. 

Ed ecco che tornano le aspettative, le mie. Sulla mia relazione, sul mio Alacre Fidanzato, su come deve andare avanti la nostra storia, la nostra vita. Ecco come ci si sega le gambe, con le aspettative. Mentre aspettavo mi perdevo una miriade di piccoli momenti, suoi, nostri. L’Alacre in balcone che socializza con la bimba di 5 anni che sta di fronte. L’Alacre che ricomincia a dipingere. Noi che ci mettiamo la sera a fare un puzzle di 500 pezzi. Gli aperitivi via Skype con gli amici. Mentre ne scrivo, ora, sorrido. Penso a tutti quei momenti in cui ridiamo per una stupidaggine di cui nessun altro riuscirebbe ad accorgersi. Credo che in quelle risate risieda la nostra complicità più grande, la nostra intimità. Sono risate casuali, istanti irripetibili, il più delle volte legati a qualcosa che non si ricorda nemmeno. Sono i nostri attimi di assoluta leggerezza, scollegati da ogni cosa, momenti in cui siamo davvero noi, leggeri.

Si può stare leggeri in questo assurdo periodo? #iorestoacasa mi sta insegnando soprattutto a valutare cosa intendo per Casa. 

Stanotte ho sognato che organizzavo una cena da noi. Cucinavo per i nostri amici, e mi sono svegliata con i lucciconi agli occhi perché non ho idea di quando potrà ricapitare. Se ci penso altri due minuti inizio ad urlare e temo che non finirei più. 

Soprattutto perché è davvero un peccato non dare una festa con la casa così pulita.