La tessitrice di Vordingborg (in onore de “La ricamatrice di Whinchester”)

Sabato 4 aprile 2020, 29mo giorno di quarantena

Vivo da ottobre a Vordingborg, un paese a 100 Km a sud di Copenhagen, città, quest’ultima, in cui, per esigenze lavorative di mio marito, mi sono trasferita sette anni fa, dopo aver vissuto un periodo in Medio Oriente. 

Ed eccomi qui: strade semideserte in settimana, con pochi anziani che percorrono il tratto di strada che collega il piccolo centro alla periferia, circondata da boschi che si fanno accarezzare dal Mare Baltico, e con molti bambini vocianti nel parco dell’asilo. 

A spezzare la monotonia, ci sono il trillo del postino, lo sfrecciare di un’auto solitaria, il cigolio di un paio di biciclette, le passeggiate degli ospiti della clinica psichiatrica. Perché io abito fra bambini, cerbiatti, topini di campagna, narcisi e squilibrati: ho trovato il mio posto nel mondo. Per ora, dato che non mi basta una vita (e una casa) e nemmeno una decina di vite (e di case).

“Dura la vita ai tempi del covid19”, penserete. Ma no, io mi sto riferendo al prima, alla “hygge” normale routine della periferia danese!

E il fine settimana che accadeva? Non c’erano i bambini e il postino, ma i pub erano pieni.  

Il sabato mi recavo a Copenhagen, passeggiavo per le belle vie della capitale, seguendo la scia colorata degli edifici proiettati sulle acque dei canali, ammiravo mobili e accessori di design scandinavo e cercavo di scovare capi bellissimi in stile vintage con uno sconto considerevole, di quelli che ti fanno portare a casa un paio di Mary Jane verde mela un numero in più del tuo, tanto esistono le solette. 

Infine, una cena a lume di candela con mio marito, spesso in un ristorante italiano, perché siamo nostalgici e buongustai.

La domenica… Fiesta! Il mio animo di sarda dell’Alghero catalana, la mia irresistibile voglia di fare aggregazione e il mio entusiasmo per le piccole cose mi hanno portato a organizzare incontri a casa, riunendo la comunità italiana. 

Festa del mio compleanno; festa di Natale; festa della Befana; festa in maschera anni ’50; festa del compleanno di Pietro; festa della donna… ci stavamo preparando per la festa di primavera, per la festa di inizio, mezza e fine estate, per Halloween e per poi iniziare di nuovo. 

Tutti insieme, uomini inclusi e ben accoltima lo sappiamo: siamo noi donne a fare tribù.

Noi siamo dee madri expat, noi siamo capaci di rinascere dopo infinite eclissi, noi non sappiamo esattamente dove collocare la nostra casa, ma non abbiamo dubbi sulla sede del cuore. 

Noi ci siamo reinventate, abbiamo sfidato deserti torridi e lande gelate, abbiamo conosciuto la solitudine, l’emarginazione e il trionfo dell’integrazione. 

Noi, che tutto immaginavamo di dover sperimentare, ma no, una pandemia non ce la avevamo figurata.

Ma veniamo al punto: in cosa è cambiata la mia vita con il rischio di contagio?

Fino a poco tempo fa, essendo ancora in preda alla frenesia del fare, perché tante ore vuote sono ghiotta occasione di concedersi ciò a cui si era dovuto rinunciare, avrei detto che la mia routine settimanale era rimasta immutata, si era solo estesa al sabato e la domenica.

Da dieci anni lavoro da casa come studiosa di storia e letteratura femminile; sono insegnante di scrittura creativa e di italiano per stranieri; scrivo romanzi, saggi e fiabe per bambini; presiedo un’associazione culturale con rispettivo portale web e gruppo Facebook di 19.000 utenti; collaboro con articoli e recensioni di libri per magazine e siti; organizzo eventi culturali, laboratori, spettacoli e convegni in tutta Italia e non solo. 

Certo, gli eventi richiedono che mi sposti, trascinando la mia valigia per un mese, di aereo in aereo e di treno in treno, ma la programmazione che li precede la curo da Vordingborg, da questo mio momentaneo posto nel mondo.

Mi sbagliavo. Ecco cosa ho imparato dalla reclusione dovuta all’emergenza dettata dal covid19:

  • Non faccio incetta di lievito di birra, ma sono una panificatrice dell’ultimo minuto. E mi piace.
  • Amo prendermi cura di me stessa: mi spruzzo di profumo anche se devo chattare su Messenger.
  • Taglio capelli con coraggio: ho iniziato con mio marito e, perfezionatami, sono passata a me. Grazie a Dio abbiamo entrambi i capelli mossi o avrei dovuto procedere a una più dignitosa rasatura.
  • Ho instaurato una comunicazione con i miei gatti e sono stata accettata come una loro pari. Quasi.
  • Programmo le mie uscite di un paio d’ore alla settimana valutando quale supermercato sia il più sfornito, e quindi meno frequentato, e quale spiaggia farebbe venire malinconia anche a Dracula, figuriamoci a una bionda famigliola danese.
  • Condivido con altri le mie ore in preda all’insonnia, per me cronica, perché lo sappiamo che non ci hanno regalato un bonus di vacanze di Natale, ma affrontiamo un momento di crisi, con tutto ciò che il termine, nella suo significato primigenio, include.
  • Mi sono iscritta a corsi e webinar molto interessanti, allargando il mio consueto campo di interessi.
  • Ho iniziato a fare dirette Facebook in cui parlo di letteratura, antropologia, simbolismo, maternità (ho anche presentato il mio ultimo romanzo, appena edito), ma anche di come festeggiare chiusi in auto il nostro decimo anniversario, dato che in Danimarca è consentito stare in due nell’abitacolo. 
  • Ho lanciato un’iniziativa in cui, per ora, ho coinvolto sei gruppi: 5 racconti in 5 giorni con 5 partecipanti. Presupposto della sfida è che gli incontri si svolgano su skype fra persone che non si conoscono o si conoscono molto poco e che siano disponibili a raccontarsi e accogliere storie scritte di getto, in una stanza troppo tutta per sé. 

Credo che sia stata la mia idea migliore: sono una tessitrice di storie e sto assistendo al crearsi di una rete di seta, corda e maglie di ferro in cui potremo librarci, come su un’altalena. Tutti verso lo stesso cielo.

Se avete voglia, scrivetemi su emmafenu77@gmail.com o contattetemi sul mio profilo Facebook  https://www.facebook.com/emmafenu77 .

Emma Fenu