Il Corona, è così che lo chiamiamo, come un vicino di casa stronzo, uno che si nomina per cognome tanto per sottintendere che più che Essere , appartiene ad una precisa categoria .

Il Corona sta fuori e dentro casa ci siamo noi,  io, il mio compagno, nostro figlio, una cana e una gatta.  Quando tutto è cominciato i miei cognati con mio nipote e la loro quadrupede di una trentina di chili erano ospiti qui da noi, nel piccolo appartamento  sopra al nostro che nel mondo  normale affittiamo su Airbnb, e qui sono rimasti per un altro paio di settimane. Quindi all’inizio fu la Comune, è così che comincia la mia fase uno ai tempi di Corona, con un colpo di mannaia che ha separato le solitudini dai sovraffolati e mi ha sorpresa tra i secondi. 
Dopo una partenza un po’ caotica ciascuno ha conquistato la propria area vitale, i due appartamenti sono diventati uno, si mangia qui, i bimbi, che hanno cinque anni e mezzo, fanno le schede di sopra,  giocano di sotto e così via. 
Cosa mangiamo oggi, cosa mangiano i bambini, sono diventate le frasi attorno alle quali sembrava ruotare  la sopravvivenza del mondo intero, e attorno alle quali si affannava soprattutto mio cognato.

Io ho trovato libero il ruolo di Nonna Papera che chissà come si era infilata in Case Da Incubo, divisa tra torte e pulizie impossibili, armata di vaporerella come un ghostbuster mi sono buttata su travi, zanzariere, ripostigli , librerie.  

Intanto c’era una specie di angoscia tenace più dello sporco, la soddisfazione del risultato finale si vanificava immediatamente sotto la spinta ad agire ancora, ad aggredire qualche altro angolo, a cercare di cacciare qualche altro fantasma . Leggevo di continuo gli aggiornamenti, i casi, le notizie, le testimonianze come in una bolla d’irrealtà  e poi mi ributtavo nelle cose, tra gli oggetti, tra i bambini , tra lavoretti in stile Art Attack . 

Mi pareva che tutto questo movimento , che la vivacità di un moto perpetuo, di un continuo andirivieni,  ci proteggesse dalle paure  e ci  tenesse alla larga dal Corona, ma poi mi sono accorta che Lui era già dentro casa da un pezzo. Era nei nostri discorsi, naturalmente, era  proprio in questa routine tutta diversa e si era fatto spazio nella  giovane mente di mio figlio che aveva cominciato ad arrabbiarsi e a rispondermi male senza motivo apparente,  finché ha sbottato dicendomi che non era arrabbiato con me ma con Corona.  

Ci siamo messi sul letto e gli ho raccontato la storia di questo mostriciattolo minuscolo e subdolo, da allora lo nominiamo spesso, e forse ne ha meno paura. Ha disegnato e ritagliato  su un pezzo di cartone un coronavirus, ci ha appiccicato un filo  e gli fa fare il criminale che puntualmente verrà sconfitto dal suo caro Batman. Ha deciso che da grande di notte sarà Batman e di giorno farà il ‘recitatore’ di Batman e io gli ho detto che mi pare una buona idea, che ci sarebbe sempre  bisogno di un supereroe, però ogni tanto provo a dirgli che ci sono tanti altri supereroi che salvano la vita alle persone e cercano di combattere contro Corona, non si sa mai che opti per la medicina. 


Poi è arrivato l’ennesimo decreto, il più drastico, e il nostro piccolo mondo ha iniziato a vacillare. I miei cognati temevano di rimanere bloccati qui e  presi dall’ansia hanno deciso in fretta e furia di tornarsene a casa, così la piccola caotica routine che si era innescata si è sbriciolata di colpo. 
Questo cambiamento nel cambiamento mi ha un po’ destabilizzata, non che ci volesse un granché di questi tempi, ma ero preoccupata soprattutto per Dante, è così che si chiama il mio Batman . Non poter giocare mai alla pari, avere a che fare solo con due adulti privi di quell’energia e di quella visione pazzesca dei bimbi, mi pareva che sarebbe stata una tortura per lui, che lo avrebbe fatto precipitare in un piccolo abisso di tristezza. 


Ma i bambini sono morbidi, si snodano e si adattano , per loro ogni mondo  è plausibile,  anche questo che per noi si è così improvvisamente  rimpicciolito mantiene un che di gigantesco per loro. E in questo gigantesco piccolo modo abbiamo trovato un nuovo trantran, un po’ scombinato ma non triste. 


Io ho lasciato perdere le pulizie a favore di interventi a più ampio respiro. Lo sporco torna subito dov’era, non c’è vaporella che tenga,  ma dipingere una porta , il tavolo, il terrazzo è come pensare al futuro .
Per due settimane mi ero completamente arenata nel qui e ora, non riuscivo a mettere a fuoco assolutamente nulla intorno a me se non  quei granelli di polvere, come  fossi stata su un treno sfrecciante  in galleria  vedevo solo la ditata sul finestrino. Quindi  ho iniziato a guardarmi intorno,  sono uscita da Case da incubo e sono entrata in Extreme Makeover Home Edition, sempre alternandolo con Art Attack ovviamente. 


La mattina mi alzo sempre presto, che da qualche anno a questa parte è l’unico modo che ho per stare un po’ sola con me stessa, e mi metto all’opera.
Anche queste righe le scrivo la mattina, tra una spennellata e una spatolata, finché una vocina tra la lagna e lo scherzo chiama  ’voglio maaamma, voglio maaaaaamma !’. 
Allora esco da me stessa e vado da lui e inizia la NOSTRA  giornata. 


Con il mio compagno ci dividiamo il tempo, lui lavora ancora, a volte al mattino e a volte il pomeriggio, così per un altro paio d’ore mi rimetto ad aggeggiare, oppure vado a fare la spesa, o in farmacia, o a recuperare quando il terriccio, quando i pennelli, quando la carta e  così via.
Va detto che siamo estremamente fortunati perché dietro casa abbiamo gli oliveti, il bosco , il ruscello, e stare in mezzo alla natura è un enorme privilegio, non c’è la desolazione di una serranda abbassata, dei volti coperti dalle mascherine, delle strade deserte , della vita sospesa , c’è solo il mondo come prima, e c’è la primavera , che è come guardare in faccia la speranza. 


E così  nella nostra nuova giornata si è fatto spazio il rito della passeggiata quotidiana, puntuale come gli aggiornamenti di Borrelli. Ad un certo punto usciamo e andiamo nel bosco per l’ora d’aria, per scollarci da queste pareti e dal Corona, per scaricare un po’ di energia di bambino, ma usciamo anche come fosse un dovere verso tutti quelli che non lo possono fare, per la stessa stramba logica di quando da bimba mi dicevano che dovevo finire tutto nel piatto perché c’era chi non poteva mangiare.  E il Corona ha inglobato  questo bosco alla nostra esistenza. Dante ne parla come fosse il nostro giardino e anch’io non l’avevo mai sentito così mio e non avevo mai respirato un conforto così profondo dalla natura.  


Fino ad ora nella mia percezione delle cose la natura e la civiltà vivevano contemporaneamente nella stessa vita, oggi invece mi sembrano due continenti lontanissimi tra loro, separati da un mare in cui galleggia l’isoletta Casa Mia. Quando devo andare a fare la spesa arriva l’ansia come un nuvolone  di moscerini . Se prima gironzolare tra gli scaffali era una piccolo perdersi tra la gente , tra carrelli che sbattono, bambini che vogliono l’ovino kinder, la fretta, il chiacchiericcio e le canzoni canticchiate a mezza bocca con la filodiffusione , in questo momento andare alla Coop  è soltanto procurarsi del cibo in mezzo al riassunto di tutte le angosce di un prossimo futuro che mi spaventa molto più di questo presente inceppato su se stesso. 
La paura degli altri, le distanze, i disinfettanti, i volti nascosti dalle mascherine, i quadrati in cui sostare, quel misto di diffidenza e solidarietà che trapela dagli occhi, la voce gentile ma inquietante che interrompe la musica per ricordarci un elenco di regole e che se le rispettiamo andrà tutto bene. 


L’ orrenda metafora della guerra che si ostinano ad usare non è soltanto brutta, ma è anche profondamente sbagliata per tantissime ragioni, e tra le tante c’è anche quella che non finirà come una guerra. Non ci sarà la gente che scende per le strade ad abbracciarsi, che piange per i morti e per la gioia di una speranza ritrovata, non ci sarà la voglia di ballare e di gridare, ho paura che non ci sarà niente di così liberatorio . 


Credo che ci saremo noi, spaventati come gattini bagnati, tremolanti di fronte a questo mondo così diverso da quello che conoscevamo, dove ci si saluta a distanza come i giapponesi, si fanno file ordinatissime come gli inglesi, dove tra noi e gli altri ci sarà sempre di mezzo un disinfettante come se dovessimo sterilizzare le relazioni umane, e soprattutto  dove i bambini continueranno a non poter giocare insieme in quel groviglio di confusione, corse e risate che mi manca più di ogni altra cosa. 


Temo che sia questa la fase due, la piccola deriva del nostro equilibrio psichico verso quella che fino a ieri sarebbe stata una patologia, la nostra trasformazione in pazienti psichiatrici con disturbo ossessivo compulsivo e fobia sociale e il fatto che tutto questo possa finire per sembrarci normale. Lavare, disinfettare, stare alla larga, nella speranza di non ritrovarsi da un momento all’altro ad essere il puntino in un grafico. 


Sono preoccupata insomma, ci provo e guardare più in là, a pensare che questo episodio di Ai Confini Della Realtà finirà, ma lo sguardo sbatte contro alla figura del mio babbo che ad un tratto è divento un anziano e tutti gli anziani messi insieme, e poi si frantuma contro l’immagine  di mio figlio, che è mio figlio e insieme tutti i bambini che oggi non possono fare i bambini . 


Aspetto il giorno in cui lo vedrò saltellare e correre emettendo ultrasuoni in mezzo ai suoi amici e allora saprò che sarà passata davvero,  che il mondo potrà ritornare ad essere intero e bello e so con assoluta certezza che quello sarà uno dei giorni più belli della mia vita.